Communitas

La radice latina della parola communitas è cum-munus, dove munus ha un doppio valore semantico che è insieme dono e obbligo. Diversamente da oggi però, la caratteristica intrinseca del dono nelle civiltà antiche non era la gratuità ma la reciprocità, la stessa reciprocità che nelle culture più recenti viene attribuita allo scambio di oggetti di valore e al mercato. La prima forma di scambio reciproco tra civiltà umane infatti non fu il mercato né il baratto, ma il dono. Le comunità antiche utilizzavano la forma sacra del dono per incontrarsi in pace e per comprendersi, parlando un linguaggio simbolico comune.

Communitas richiama l’omonimo libro scritto dal filosofo italiano Roberto Esposito nel 1998, un classico del pensiero filosofico sulla comunità. E “Communitas, uguali e diversi nella società liquida” è anche un libro del sociologo Zygmunt Bauman, che pone a confronto societas e communitas, concetti complementari e imprescindibili nell’esistenza di ciascun individuo: la comunità ha una dimensione locale, è il luogo in cui si è nati, l’ambiente che racchiude la memoria e che rassicura; la società è invece il mondo intero, globale e vasto, che dà spaesamento e solitudine. Due diversi approcci, l’uno filosofico e l’altro sociologico. Per il filosofo la comunità si estrinseca nella relazione ed esige l’espropriazione individuale: «niente in comune» è il titolo del primo paragrafo del testo di Esposito, mentre una delle ultime pubblicazioni di Bauman si intitola «Cose che abbiamo in comune». Ed è a questa espressione del sociologo che vorremmo dedicare il nostro spazio.

La communitas di cui ci sentiamo parte interpreta con il termine responsabilità il dono/obbligo antico, la responsabilità reciproca delle cose che abbiamo in comune.

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