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Perché Sabìr Network si chiama così?

«Se ti sabìr ti respondìr, se non sabìr, tazìr, tazìr». Molière, Il borghese gentiluomo, 1670.

Era, il sabìr, la lingua franca che marinai, pirati, pescatori, commercianti e armatori parlavano nei porti per riuscire a capirsi fra loro, da Genova a Tangeri, da Salonicco a Istanbul, da Marsala ad Algeri, da Valencia a Cagliari. Dall’epoca delle crociate fino ai primi decenni del novecento, sul Mediterraneo si è parlato un esperanto marinaro, nato a poco a poco prendendo in prestito i termini dalle lingue mediterranee.

Il nome “sabìr” deriva dal catalano sabér, cioè sapere, mentre “lingua franca” deriva dall’arabo lisān-al-farangi, cioè lingua europea. Prima che una vera e propria lingua, il sabìr fu un “pidgin” di necessità e di mediazione, un idioma derivante dalla mescolanza di lingue di popolazioni differenti venute a contatto a seguito di relazioni commerciali relativamente stabili, che nel tempo assunse una propria struttura lessico–sintattica diventando una lingua che unì i popoli del Mediterraneo.

Sulla sua origine si è dibattuto ma, lingua delle crociate o lingua commerciale, con certezza si sa che era una lingua popolare, la lingua delle ciurme e dei mercanti e perfino dei pirati, in un periodo in cui la pirateria nel Mediterraneo contribuì notevolmente a concentrare in nord africa una gran moltitudine di europei, per la maggior parte schiavi e rinnegati. Strano a dirsi, oggi, ché pirati sono considerati i signori di allora. Ma questa è un’altra storia.

Tra le diverse varianti di sabìr, la più diffusa e persistente era costituita principalmente da un lessico al 70% di italiano, veneziano e genovese soprattutto e al 10% di spagnolo, con influenze di altre lingue mediterranee come arabo, catalano, greco, occitano, portoghese, siciliano e turco. L’influenza siciliana emerge soprattutto in alcuni termini “forti” e ricorrenti, come “patruni” (padrone), utilizzati anche nelle varianti algerina e tunisina.

In comune c’era la necessità di comunicare e di scambiare “saperi” per resistere alle difficili condizioni di sopravvivenza.

Ed ecco perché… Sabìr Network si chiama così.
Sapere come fare, sapersi muovere, saper comunicare, saper modificare, saper reinterpretare, saper valutare, saper condividere, sono alcune delle tante sfaccettature del sapere individuale che producono riflessi di sviluppo nel sapere collettivo. Sabìr Network promuove l’innovazione sociale che è una parola grossa per dire che ci impegniamo affinché sia la comunità a scegliere il suo destino, a trovare la strada migliore per lo sviluppo. E noi ci mettiamo in gioco, ognuno con le proprie esperienze, ognuno con il proprio sabìr.

Come è finita la storia.
Nonostante le carenti strutture linguistiche – la morfologia era molto semplice e l’utilizzo delle parole molto libero, fatto di verbi all’infinito e di pochi vocaboli precisi – e le rarissime testimonianze scritte, il sabìr fu parlato a lungo, tanto che nel 1830, in occasione della spedizione francese in Algeria per la conquista di Algeri, fu pubblicato il Dictionnaire, manuale scritto in lingua francese destinato ai soldati francesi per imparare e conoscere la lingua sabìr. Ma in meno di cent’anni il nord Africa fu “civilizzato” dal colonialismo francese, inglese e italiano e il commercio atlantico prese il sopravvento su quello mediterraneo. Fu quello l’inizio del declino del sabìr, lingua franca del Mediterraneo.

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